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Coronavirus shock: Muore dopo aver supplicato un tampone. Dimesso con un antibiotico

Coronavirus, muore dopo aver supplicato un tampone. Dimesso con un antibiotico scriveva: «La sanità si prende gioco di me». Il Covid-19 ha portato via nonni, genitori e amici. E al dolore spesso si aggiunge la rabbia per quei tamponi arrivati quando ormai era troppo tardi. Antonio Nicastro, giornalista lucano ‘doc’ come amava definirsi lui stesso, è un’altra vittima del coronavirus in Basilicata, ma quello che crea maggiore sconcerto nelle persone che lo hanno conosciuto e in quelle che in queste ore sono venute a conoscenza della sua storia è che per giorni ha supplicato un tampone. Aperta un’inchiesta.

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Il suo non è un caso isolato, ma la famiglia e i colleghi sperano che sia un monito per il futuro. Al momento è il simbolo di falle nel sistema di una Regione che non è stata colpita pesantemente dall’epidemia e che – secondo alcuni – avrebbe potuto gestire meglio l’emergenza. Le sue parole di denuncia sui social, quando la febbre gli faceva temere il peggio, avevano alimentato la polemica sugli accessi differenziati ai tamponi e sui vari rimpalli di responsabilità tra medici di base, guardia medica, pronto soccorso e dirigenti sanitari. Il tutto, nonostante sintomi conclamati.

Antonio, 67enne di Potenza, si era ammalato il 5 marzo. La febbre e la tosse persistenti lo avevano spinto a presentarsi al Pronto Soccorso dell’Ospedale di San Carlo, dove lo avevano dimesso prescrivendogli un’ulteriore terapia antibiotica. Da quel momento è iniziato un “calvario” di due settimane per chiedere il tampone e – una volta ottenuto – ulteriori 48 ore per l’esito. «Abbiamo saputo che il tampone di mio padre è risultato positivo. Mio padre adesso è ricoverato in ospedale per tutti gli accertamenti del caso e per monitorare il decorso della sua malattia», scriveva il figlio su Facebook al termine di una battaglia fatta di telefonate al 118, alla Guardia Medica e ai vari numeri d’emergenza. «Stiamo impazzendo», aveva scritto ancora prima.

Neppure il mancamento di Antonio aveva sollecitato un intervento perché in assenza di crisi respiratoria grave. Esitazioni e tentennamenti erano dovuti ora per carenza di DPI (dispositivi di protezione individuale) ora perché il numero chiamato non era quello giusto. Protocolli rigidi che hanno fatto gridare allo scandalo in più occasioni; perché laddove non si è stati travolti dallo “tsunami” come in Lombardia si sarebbe potuto agire diversamente e non fermarsi forse alle semplici domande “È stato al Nord?”. Una situazione insostenibile, al punto che Antonio il 20 marzo postava: «Ore 12. Anche oggi la sanità lucana dei sta prendendo gioco di me». Poi qualcosa si muove dopo l’intervento della stampa: il ricovero arriva il 22 marzo, ma il suo stato richiede la rianimazione. Ieri la morte.

Sul referto dell’ospedale si legge: «È arrivato al San Carlo in condizioni gravi ma non critiche. Gli indici di infiammazione elevati inducevano a eseguire tempestivamente (entro meno di 1 ora) HRCT polmonare… Si iniziava prontamente la terapia. L’esito infausto nonostante la messa in atto di tutte le linee di approccio terapeutico è purtroppo paradigmatico del processo di tumultuosa inarrestabile e in molti casi imprevedibile e solo parzialmente conosciuta evoluzione del quadro clinico. Sentite condoglianze».
In molti oggi chiedono che le autorità facciano luce sulla vicenda.