Cronaca

Il piccolo Gabriel: la madre non è l’unica.

La mia nonna materna dopo che nacque mia zia, ebbe – come si diceva allora – “un crollo di nervi” e la bambina venne affidata per ben cinque anni alle cure di alcuni parenti. Nessuno in famiglia ha mai parlato apertamente di depressione e per anni il fatto è stato mantenuto segreto fino a che anche io ne ho sofferto dopo la nascita di mia figlia. Una volta guarita, ho cominciato a mettermi al servizio delle mamme andando in giro a parlare della mia esperienza e mi ha colpito come spesso tra il pubblico ci fossero donne ormai anziane che hanno vissuto in gioventù un infærno a cui non si voleva dare il nome. A quei tempi – così purtroppo come oggi – dire di stare male dopo la nascita di un figlio è come lanciare una bestæmmia in chiesa. E spesso si ritrovavano da sole ad affrontare una malattia mai diagnosticata che le avrebbe segnate per sempre.

E’ incredibile come spesso sui giornali quando avvengono questi fatti di cronaca si parli di r@ptus, di fatto avvenuto “improvvisamente“. Non esiste “l’improvvisamente”. Nelle menti di queste madri probabilmente i pensieri bui e negativi sono montati per mesi, hanno occupato le loro giornate e poi le loro notti. Hanno fatto pensare loro che non c’era altra via d’uscita, perché quando una donna arriva ad uccidere il proprio figlio ha alle spalle un dolore e una sofferenza che non sono stati accolti e curati. Certo, sono colpevoli materialmente di un gesto indicibile, ma lo siamo anche noi. Noi che scegliamo di girarci da un’altra parte, che invece di ascoltare i segnali di una persona in difficoltà preferiamo lanciare frasi preconfezionate come “eh, adesso sei mamma, pensa a chi non può avere figli. Non puoi lamentarti“. Siamo noi i responsabili quando invece che incoraggiare la mamma a chiedere aiuto le diciamo che non ce n’è motivo.

Diventare madri non sempre è bello. C’è tanta retorica sulla gravidanza, sul parto e sull’essere genitori e questo ruolo investe soprattutto la madre che improvvisamente smette di essere una persona ma viene investita di “poteri” al limite della santità. Invece nella maggior parte dei casi una donna ha paura, si sente sopraffatta, si sente incapace e vorrebbe condividere questo fardello con qualcuno. Ma con chi se persino le persone che le vogliono bene non capiscono? Il problema è che si pensa a chi è affetto da depressione o da malattie mentali come a qualcuno che sente le voci o sbatte la testa contro il muro. Io stessa posso testimoniare che nel periodo di depressione più nera non ho mai fatto sorrisi più sorridenti. Chi ha una patologia di questo tipo all’esterno non lascia trapelare nulla ed è per questo che si tratta di malattie bastarde, troppo spesso sottovalutate.

Credo che ci sia bisogno di un percorso terapeutico per tutte le donne in maniera obbligatoria, a partire dai primi mesi di gravidanza e poi per tutto il primo anno di vita del bambino, quello più duro. Se non si può gratuitamente almeno ad un prezzo di favore: queste morti inutili devono finire e i primi a doversene rendere conto sono coloro che seguono le future madri in gravidanza e nel puerperio. Le malattie mentali non devono essere un tabù: tantissime sofferenze si potrebbero evitare se venissero condivise. Come dice il proverbio africano “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, ma spesso queste sono solo belle parole: la madri sono sole e continuano ad esserlo. Salviamole.

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