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La lettera del medico: ‘Ho abbracciato suo papà per lei’

“Il papà l’ho abbracciato io al posto suo prima che lo portassero dal pronto soccorso alle cure palliative. Non potevo mandarlo su così. A lui ho detto che lo ricoveravamo, volevo non si accorgesse di niente. Gli abbiamo dato tutto l’ossigeno del mondo fino alla fine”. Sono le parole di conforto che un medico dell’ospedale di Crema ha scritto a una figlia che in 10 giorni si è vista portare via l’anziano padre dal Coronavirus e che ora ha la mamma che sta combattendo per guarire. Destinataria della lettera, da cui traspare come in trincea, oltre alla battaglia quotidiana per la vita ci si prende cura anche dei sentimenti di chi lotta attaccato a un respiratore e dell’ansia e del dolore di chi è casa in attesa notizie, è la figlia di Ottavio Pettenati, noto e stimato farmacista di Cremona, scomparso lo scorso 22 marzo.

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Delivery of the olive twigs in the occasion of the Palm Sunday to the doctors of the Molinette hospital involved in the emergency Coronavirus COVID-19 in Turin, Italy, 04 April 2020.
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Francesca, questo è il suo nome, pur nel dramma che sta vivendo, ha consegnato all’ANSA le poche righe che il medico del pronto soccorso che ha avuto in cura il padre le ha inviato sul telefono per testimoniare la “solidarietà e la grande attenzione” di chi ogni giorno di scontra con sofferenza.

“Non ci si può dimenticare di questi medici e infermieri”, dice aggiungendo come non abbiano lesinato le loro attenzioni per fare in modo “che papà non si sentisse solo – aggiunge – e non avesse paura della morte. Sono riusciti a fare in modo, tenendo il cellulare vicino al suo orecchio, che io e mio figlio, il suo unico nipote, lo potessimo salutare per l’ultima volta”. E la riprova di tutto ciò, e “del grande regalo che mi ha fatto sostituendosi a me”, sono le parole del giovane dottore del pronto soccorso di Crema, che ha chiesto l’anonimato e che tuttora chiama Francesca per avere notizie della madre. “Volevo dirle che abbiamo fatto tutto il possibile.

Ieri quando le ho comunicato per telefono che lo stavamo trasferendo all’hospice mi sono sentito morire dentro un po’ anche io. Mi ero affezionato. Era un brav’uomo. Sempre gentile. Mi salgono ancora le lacrime agli occhi – prosegue – pensando a come teneva stretto il cellulare grazie al quale si sentiva vicino a voi tutti. Ho provato a dargli tutte le chances di questo mondo. Mi spiace terribilmente di non esser riuscito a salvarlo. Voglio dirle che non ha sofferto per niente. Me ne sono assicurato personalmente”.

“Il papà – la rassicura – l’ho abbracciato io al posto suo prima che lo portassero dal pronto soccorso alle cure palliative. Non potevo mandarlo su così – continua ammettendo di aver dovuto raccontargli una bugia – A lui ho detto che lo ricoveravamo (dal pronto soccorso in reparto, ndr.), volevo non si accorgesse di niente. Gli abbiamo dato tutto l’ossigeno del mondo fino alla fine. Glielo garantisco io. (…) Si faccia forza signora e come si dice a Milano, ‘su de carengia’. È un momento terribile per tutti, lo è per noi medici, che spesso dobbiamo arrenderci, non oso immaginare per voi”.