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L’epidemia sta rallentando? “Il paradosso del plateau”

L’epidemia sta rallentando? Secondo i dati comunicati dalla Protezione Civile il trend dei nuovi contagi resta sostanzialmente stabile: ieri i nuovi casi registrati sono stati 4805 contro i 4585 del giorno precedente. Il dato più alto risale allo scorso 21 marzo quando i nuovi positivi furono 6557. Da allora la curva ha iniziato a flettere, ma non in modo così evidente.

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Il picco è stato raggiunto, eppure non c’è stato quel calo sensibile dei contagi che forse in molti si aspettavano. Perché? Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università di Milano, ha una teoria che si potrebbe riassumere con l’espressione “il paradosso del plateau”. In realtà, spiega l’esperto all’AdnKronos, “il virus rallenta in Italia, e ce lo dice soprattutto il dato bello delle terapie intensive, ma i nuovi casi continuano ad essere identificati e il plateau”, la sorta di altipiano che sembra aver preso il posto del tanto atteso picco, “resiste”.

“Il fatto – spiega lo studioso – è che ci sono meno casi, ma noi li rileviamo di più: una sensibilità maggiore che fa sfuggire meno soggetti positivi, e che influenza il conteggio”.

“Un paradosso” che secondo Pregliasco “deve dirci due cose: le misure stanno funzionando, ma non è ancora il momento di abbassare la guardia”.

Il numero dei tamponi effettuati da giovedì a sabato (poco meno di 40mila al giorno, contro una media di 29mila negli ultimi 15 giorni) sembra avvalorare questa teoria: è dunque possibile che oggi i casi che non arrivano a segnalazione siano meno che in passato. Ciò non significa che oggi stiamo facendo i tamponi a tutte le persone che avrebbero bisogno di essere testate. I numeri forniti dalla Protezione Civile del resto sono sempre stati poco credibili: il tasso di letalità apparente al 12,3%, decisamente fuori scala, suggerisce che il numero dei contagiati possa essere molto più alto.
Massimo Galli, primario infettivologo dell’ ospedale Sacco di Milano, ha snocciolato un po’ di numeri che aiutano ad inquadrare meglio la questione.

Nel mio ospedale – ha detto Galli a Skytg24 -, nei nostri reparti di malattie infettive e rianimazione, nell’arco dell’ultimo mese è deceduto il 15,4% dei pazienti mentre in Lombardia è deceduto il 17% dei pazienti. Questo è la conferma che la diagnostica con il tampone è stata fatta quasi esclusivamente sulle persone con infezione avanzata.

“Se uno dei reparti che ha raccolto gran parte dei casi decisamente gravi ha una letalità di poco inferiore, non degli ospedali, ma della Lombardia tutta – osserva l’infettivologo -, è evidente che dipende da una condizione per cui le persone che abbiamo registrato come casi sono persone con un quadro clinico decisamente impegnato, altrimenti non avremmo questo tasso di letalità. Questa cosa – spiega Galli – ci dice che in Lombardia siamo con un numero di persone che effettivamente hanno avuto l’infezione dalle cinque alle dieci volte superiore a quelle che sono state registrate”.